Critica

Enrico Montonati, come disegnare l’Uomo

Critica e video intervista da Arte Varese

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Un Viaggio Verso La Luce

Massimo Centini
Torino, 20 maggio 1991

Vibra ancora la voce di colui che gridava nel deserto tra i vortici della danza perversa di Salomè: risuona un’eco senza fine anche nei giorni nostri; quando il bene e il male si scagliano contro la ricerca di una supremazia forse improbabile.

La voce del Battezzatore che aveva invitato “a colmare le valli e abbassare le montagne” seguendo le parole dei profeti (Is 40,4), ha sicuramente lasciato anche una traccia nel cuore di Enrico Montonati.

Il sensibile pittore novarese, in questa occasione espositiva, ci propone infatti una lettura ad ampio raggio di quell’itinerario di fede che contraddistingue la sua ricerca di un equilibrio tra terreno e divino.

Il filo narrativo suggerito dalla mostra, si dipana intorno alla luce della Verità, inseguita senza risparmio di forze e con il contributo della consapevolezza del messaggio cristiano.

Ma va precisato che la ricerca di Montonati si esprime con un registro sempre ben superiore alla sola citazione, raggiungendo quindi livelli poetici in cui l’artista dimostra veramente di aver estrinsecato un proprio effettivo rapporto con le vicende evocate.

E così la storia si fa immagine, si fa testimonianza visiva, spesso è tragedia. Tragedia dell’uomo che crede di vedere la luce là dove la luce non è; e poi, quando essa è vicina, quasi palpabile, ecco che l’essere evoluto, reso cieco dal proprio antropocentrismo, non riesce a scorgerla e il buio ancora una volta ritorna signore e padrone dello spazio. Uno spazio che Montonati costruisce con un dosato amalgama cromatico, strutturato su una precisa utilizzazione del colore e delle fonti simboliche ad esso legate. Lo spazio si chiude attorno ai soggetti, diventando territorio di una vicenda, di tante vicende, in cui la forte base cromatica si assume il non facile ruolo di eco, di cassa di
risonanza.

Nella situazione apocalittica in cui il mostro atavico divoratore continua a scagliarsi sui sogni, un artista come Montonati ci pare sia artefice di una forte volontà dialettica, indirizzata verso il recupero di immagini che conducono comunque in direzione di una matura analisi interiore. L’incapacità di vivere secondo i dettami di una Verità atavica, ci fa tutti impotenti quando ci confrontiamo con le cose della vita che non sappiamo spiegarci e paradossalmente, quando qualcuno si rivolge all’insegnamento primigenio della religione per trovare una risposta, una traccia, un segno almeno, di conseguenza si levano  critiche, accuse di retorica, indicazioni su altre vie più materialistiche, razionali…

Il discorso è ampio e non può esaurirsi in questa sede, certo che Montonati cerca di esaurirlo con il proprio lavoro pittorico.

Senza temere il confronto con altre forme di ricerca artistica, in cui i soggetti vengono prevalentemente colti nella cruda realtà quotidiana — con la loro luce di verità e le loro sfaccettature più crude — il pittore si rivolge a certi temi evangelici a lui cari, evidenziandone la profonda attualità insita.

Montonati non attualizza questi temi, ma ci suggerisce il modo per leggere il loro messaggio assolutamente non anacronistico. Il tutto condotto, lo ripetiamo, senza retorica, ma con garbo e onestà dialettica, per riuscire così a non ci precipitare in una sterile ripetizione di stereotipi.

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Lonhy

La caratteristica principale della pittura di Enrico Montonati è l’unità e la coerenza nel suo svolgimento.

Si direbbe che l’artista non abbia dovuto cercarsi, com’è quasi tutti in questo periodo di curiosità instabile e
di mode caduche; si direbbe piuttosto che ha una innata sicurezza di visione, il percorso di luce di spiritualità e,
questo è evidenziato alla biennale di Venezia.

Il riserbo di Montonati , la sua signorile rinuncia ad ogni “effetto “.

Perché affermiamo e osserviamo, certi stilismi non sono che grossolani “effetti “: Così si rende più facile la
comprensione dell’arte sua, lineare e rigorosa, una pittura che sarebbe piaciuta agli ermetisti.

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Chi è un Maestro ?

Franco Bellingeri

Chi è un maestro? E’ un saggio, ma è anche uno che conosce “un’arte”.
Spesso ci dimentichiamo che è un viadotto è, “terminologicamente” un’opera d’arte, che in greco l’arte
veniva chiamata teme, da cui è derivata la parola tecnica. Perché questa premessa dovendo parlare dell’opera di Montonati?

Proprio perché stimo e ammiro Montonati, vorrei, una volta tanto trascurare il messaggio dell’autore, il suo umanesimo, e partire più che da ciò che dice, da come lo dice.

Montonati è un maestro nel senso classico e stretto del termine, come colui che possiede un’arte, che sa affinare la tecnica fino a scoprire nuove possibilità espressive per poi ritrovare nelle proprie forme, nelle proprie invenzioni, in cui il colore è il “prima” , la figura il “dopo”, ciò che più gli sta a cuore: l’uomo.

E allora l’arte è un cammino, in cui il viandante porta con sé il gusto dell’osservare, del vedere, del verificare sapendo bene che occorre sapere per fare, che senza maestria, senza tecnica non si scopre nulla, anzi si sciupa ciò che la natura, l’uomo ci mostra.

Accompagnano il viandante il suo occhio e la sua mano, il suo occhio per guardare e non per vedere (che un atto passivo) e la sua mano per lavorare, guidata dall’occhio e dalla mente.

E’ il colore la prima esperienza, la prima sensazione intelligente, un colore che ci avvolge e che è  “corpo” in quanto creato e fatto di terra, di natura e mai d’artificio o di sintesi.

Senso, sentimenti sono colore; sono, e non solo oniricamente, “musica di colori”, “poesia”, soprattutto  “passione” di colori.

Strano destino quello della parola passione che indica amore e sofferenza, sintetizzate dal sacrificio estremo del Cristo, ma che è all’origine sentire, con il proprio corpo, con la propria carne e proprio per questo “passione” nell’accezione oggi comune.

L’amore per Montonati è sofferenza, sofferenza che ha qualcosa di sacro; da qui la forte presenza del tema religioso nell’opera di Montonati; da qui il fascino che certe sue opere emanano, quasi come se fossero “icone”, “icone” d’avanguardia, senza sapere se la sensazione di trovarsi si fronte all’arte sacra per antonomasia sia fondata sulla ragione o su un’impressione affermata e negata allo stesso tempo.

Nei quadri di Montonati il colore svela esseri che nascono dal colore, che sono nel colore: basta saperli vedere.

Non c’è però nulla di ludico: non è fantasia, invenzione, è scoperta, ricerca e le figure sono pertanto sofferte, portatrici di sofferenza, testimoni di sofferenza: uomini che soffrono, che sono spesso vicini a noi, ma che più spesso non sappiamo scoprire.

Montonati ama definire la propria opera “poesia di colori”; per il gusto magari del  solo “bastian contrario” parlerei più volentieri di “prosa di colori”. Eppure in questa antinomia sta la duplice anima di Montonati, che di fronte al cromatismo della natura si scopre bambino, ancora innamorato di un tramonto, di un armonico accostamento di colori: ama la natura, la manipola, la investiga e poi le fa violenza per scoprire che il “rosso” è la bellezza, ma anche il sangue e, quindi il dolore, il “bianco” è l’incanto, l’assenza del colore, il sogno, ma spesso il sudario, il lenzuolo in cui si rappresenta l’Ultima Cena e sarà lo stesso a racchiudere il corpo del Cristo morto.

Non è il pittore che parla dell’uomo, ma sono il colore, la natura che ce lo mostrano. Non è l’uomo ciò di cui si parla, ma tutto parla dell’uomo in mille forme diverse.

La tecnica dell’artista, più che la sua filosofia di vita, è ad un tempo mezzo e messaggio: in tal modo anche la reiterazione del tema non diviene mai né luogo comune né retorica.